Giulio Preti (1911-1972)

101911

9.10.1911 (Pavia) — 18.7.1972 (Gerba)

Nacque a Pavia nel 1911. Compiuti i primi studi, si iscrisse all’Università di Pavia, dove fu allievo di Adolfo Levi, Guido Villa e dell’indianista Luigi Suali; dopo essersi interessato di discipline orientalistiche, indirizzò i suoi studi alla filosofia e si laureò nel 1933, discutendo una tesi sul pensiero di Edmund Husserl. Grazie all’amicizia con Enzo Paci, nata nelle aule dell’ateneo di Pavia, Giulio Preti entrò a far parte del novero di intellettuali e studiosi che, riuniti intorno alla figura di Antonio Banfi, avrebbero poi dato vita al movimento di rinnovamento della filosofia italiana che si andava delineando nell’ambiente milanese di quegli anni. (Wikipedia)

Publications

(links to the Open Commons of Phenomenology)

Morale e metamorale: saggi filosofici inediti

1989 - (edited by Ermanno Migliorini), Milano, Angeli

Lezioni di filosofia della scienza: 1965-1966

1989 - (edited by Fabio Minazzi), Milano, Angeli

Il problema dei valori: l'etica di G.E. Moore

1986 - , Milano, Angeli

Filosofia

1966 - , Milano, Feltrinelli

Praxis ed empirismo

1957 - , Torino, Einaudi

Criticità e linguaggio perfetto

1953 - aut aut 15, pp.197-218

Giulio Preti è stato un filosofo italiano, attivo tra Milano, Pavia e Firenze. La sua figura ha impegnato gli studiosi da almeno due punti di vista: come allievo di Antonio Banfi e rappresentante, al pari del coetaneo Enzo Paci, della Scuola di Milano, e come filosofo della scienza, autore in particolare di un’integrazione critica fra cultura filosofica e scientifica.

Entrambi questi aspetti saranno qui messi in luce. Inoltre, in conformità con l’idea programmatica del Blog, si porrà al centro della discussione l’importanza della fenomenologia husserliana, a cui Preti dedicò la sua tesi di laurea, discussa a Pavia nel 1933. Della lezione della fenomenologia, Preti coglie due importanti elementi, a cui corrispondono alcuni dei principali sviluppi del suo pensiero: 1) lo sviluppo della riflessione logica; 2) il rapporto fra Leib e Körper, fra il corpo vivo e il corpo fisico. Mentre nel primo caso Preti traccia un rinnovato discorso logico che, dall’analisi linguistica scolastica (da Pietro Aureolo a Pietro Ispano), muove verso la moderna semantica (da Carnap a Moore), nel secondo promuove una riflessione morale che trova nel “corpo vivo” il nucleo motore di una Wertnehmung (percezione originaria di valore di natura motorio-sensoria, dunque e-motiva), mentre il “corpo fisico” rimane al centro di una semplice Wahrnehmung (percezione originaria dell’oggetto di natura teoretico-conoscitiva). È, tuttavia, nelle riflessioni sulla logica che l’influenza della lettura fenomenologica troverà una sua originale elaborazione, mentre le riflessioni sul valore risentiranno maggiormente della contaminazione delle filosofie della prassi.

Negli anni successivi alla laurea, Preti rafforza la sua amicizia con Enzo Paci e Antonio Banfi. Legatosi intellettualmente e spiritualmente all’ambiente culturale milanese, pubblica proprio sotto l’egida di Banfi i suoi primi scritti: La fenomenologia del valore (1942) e Idealismo e positivismo (1943). All’indomani della fine delle ostilità belliche, che per Preti rappresentò anche la fine di un momento di condivisione ideale e politica con il PCI, il filosofo è nuovamente a Pavia, con un incarico di insegnamento universitario. Poco prima di ottenere la cattedra universitaria a Firenze, pubblica Il cristianesimo universale di Leibniz (1952) e Linguaggio comune e linguaggi scientifici (1953), in cui la sua riflessione è già chiaramente orientata allo sviluppo della questione logica: l’eredità della lezione husserliana e quella della lezione banfiana si integrano con gli studi sull’empirismo, quali emergono nel volume Praxis ed empirismo (1957).

Per comprendere lo sviluppo della riflessione di Preti, occorre dunque tener presenti due elementi: in primo luogo, la questione inerente allo sviluppo del discorso logico, ovvero la questione della costituzione e dell’uso di procedimenti logici rigorosi (integrazione fra fenomenologia e neo-empirismo logico); in secondo luogo, la questione della nuova correlazione semantica fra immanente e trascendente, alla luce del concetto di intenzionalità logica riproposto efficacemente da Husserl (integrazione fra fenomenologia e neokantismo o razionalismo critico banfiano). In riferimento a quest’ultimo punto, il soggetto conoscente non è più, banfianamente, il polo antinomico dell’oggetto della tradizione, astrattamente colto, ma l’uomo nel suo essere concretamente “qui e ora”, in “carne e ossa”, soggetto “incarnato” nel mondo e per il mondo, e non più ipostatizzato. Questo pensiero si sviluppa coerentemente con la prospettiva filosofica di Preti, consistente in una feconda contaminazione fra neo-empirismo e razionalismo critico, fino a trovare il suo significato più originale nel programma critico del neo-realismo logico, quale risulta dallo studio dei saggi inediti proposto da Fabio Minazzi (F. Minazzi, Suppositio pro significato non ultimato. Giulio Preti neorealista logico, Milano 2011; Sul Bios theoretikós di Giulio Preti, a cura di F. Minazzi, voll. 2, Milano 2014).

In cosa consiste, però, esattamente, questa nuova proposta critica? Banfi aveva insegnato che per osservare e analizzare la natura correlativa del nesso soggetto-oggetto, non bisogna definire questi due elementi come semplici ipostasi; al contrario, secondo l’insegnamento husserliano, occorre considerare il problema della loro costituzione, della loro immediata attualità, sospendendo qualsiasi altro giudizio. Ora, il riferimento all’analisi fenomenologica appare a Preti proprio come quell’orizzonte metodico in grado di favorire e sviluppare la corretta integrazione fra il piano trascendentale, che realizza le condizioni formali di pensabilità del reale, e il piano empirico, che ricorre ai fatti per verificare la fondatezza delle teorie (neo-empirismo mediato criticamente). Le teorie, in tal senso, sono espressione di enunciati a cui il pensiero giunge mediante un rigoroso impiego di determinati procedimenti logici, tradotti in segni linguistici (neo-realismo logico): essi organizzano e rendono comunicabile un campo d’esperienza che diventa in tal modo significativo. Detto in termini logici, il concetto non significa più semplicemente il nome (realismo), né il nome sta per il contenuto (nominalismo), ma il nome si riempie di un contenuto che non esaurisce il concetto (neo-realismo logico): l’esse apparens, obiectivum o intentionale, secondo la lezione scolastica medievale, è un modo d’essere dell’oggetto, un suo aspetto, e dunque non coincide né con l’oggetto in sé, né tantomeno appartiene in alcun modo ontologicamente al soggetto conoscente. Dunque, una cosa è l’atto conoscitivo, un’altra è l’oggetto conosciuto; una cosa è il fenomeno della conoscenza, un’altra l’oggetto della conoscenza. Minazzi ricorda, a tal proposito, quanto Preti scriveva nei suoi saggi sul neorealismo logico: “‘Neorealismo’ è un nome relativamente nuovo per una dottrina assai antica. È una posizione che di fatto l’autore di questi saggi ha derivato dalla meditazione e discussione della problematica più strettamente filosofica (teoretica) della filosofia analitica, della logica e dell’epistemologia contemporanea (di Moore, di Russell, di Carnap, di Ayer, etc. etc.) alla luce di dottrine del primo Husserl (delle Logische Untersuchungen e delle Ideen). Ma essa risale alla Scolastisca trecentesca” (F. Minazzi, Suppositio pro significato non ultimato, op. cit., p. 159).

In altre parole, il contenuto dell’esperienza è, sì, reale, ma lo è in un modo nuovo, non dogmatico, ovvero come risultato della traduzione che il pensiero opera del mondo in termini logicamente validi (Retorica e logica, 1968): soggetto e oggetto si costituiscono come tali solo nell’atto stesso del conoscere, l’uno muovendo verso l’altro, nel preciso momento in cui un campo d’esperienze prende forma intersoggettivamente qui e ora, ovvero sempre storicamente e relativamente. La realtà obbiettiva (neo-realismo logico) è quella che i miei occhiali kantiani mi consentono di vedere in dato momento e in determinate condizioni. A tal proposito, infatti, Mario Dal Pra ha sottolineato come “le strutture formali sono considerate come costitutive di un a priori storico, oggettivo e storico; e sono viste nella loro funzione operativa” (M. Dal Pra, Studi sull’empirismo critico di Giulio Preti, Napoli, 1988, p. 34). Dunque, nell’operatività dell’intelletto, per la quale le strutture formali divengono funzioni, l’indagine filosofica, integrando criteri formali e verifica empirica, dà vita alla creazione di un significato unitario della cultura, esercitando una funzione meta-culturale.

Nel suo studio dedicato alla scuola di Milano, Fulvio Papi scriveva che, per Preti, “[…] o la filosofia diventa letteratura, cioè espressione della relazione dell’io con il mondo (e quest’esperienza gli pareva, con un segno positivo, quella dell’esistenzialismo) oppure diventava epistemologia unitaria del sapere scientifico e in questa dimensione fa valere la continuità della sua tradizione teoretica” (F. Papi, Vita e filosofia. La scuola di Milano: Banfi, Cantoni, Paci, Preti, Milano 1990, p. 245). In quanto, dunque, ricerca di un’epistemologia unitaria, l’indagine filosofica si configura propriamente come studio e analisi di una mathesis universalis di leibniziana memoria, condotta sulla base di un modello logico che, però, se è universale quanto al processo della conoscenza, non lo è dal punto di vista della definizione dell’oggetto, dal momento che la sua struttura formale non è necessaria, ma solo possibile. L’oggetto del conoscere, giova ripetere, è solo nella misura in cui risulta storicamente organizzato in un discorso entro il quale l’esperienza viene raggruppata in reti o “regioni” di nozioni, in riferimento alle quali l’esperienza stessa diventa significativa, assumendo una propria dimensione “ontologicamente” riconoscibile. Il pensiero diviene così a tutti gli effetti quello straordinario strumento mediante il quale l’uomo, marxianamente, trasforma il mondo in un mondo di leggi e di significati, intendendo così il mondo della prassi come verifica storica e teoretica delle teorie.

Isolato nella costruzione del suo progetto filosofico e osteggiato dalla decadenza di una certa cultura accademica, Giulio Preti, colto da malore, muore in Tunisia dove tuttora il suo Körper giace. Inediti restano diversi saggi e numerosi documenti, oggi custoditi nell’Archivio dedicato al filosofo presso l’Università dell’Insubria.