Italian Philosophe (and Philosophers) in Leuven

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On September 1, 2016 I entered my office at KU Leuven for the first time. I was starting a 3-year scholarship, which is now half-way over. I was still struggling to turn on my computer, when an old professor (whom I now really love) stormed in, and briskly asked me who I was. When I said my name, he immediately added: “And where are you from?” Eventually, the conclusion of his syllogism was quite natural: “Italy, again!!!” The old professor was right. The number of Italians at the Institute of Philosophy (and in Leuven, in general) is quickly growing. Not just students in Erasmus, but also Ph.D. candidates and young researchers, like myself. At least 90% of the prejudices regarding Italians are actually right. We are clearly louder than other people, we like to hang around, and to speak our language, even in the presence of foreigners who are normally too polite to interrupt us and re-establish the Koine English. Personally, I’ve always sincerely loathed all these habits. On holidays, I’m the one who pretends to be from somewhere else, every time I stumble upon flocks of Italian tourists who are looking for the closest pizzeria. This did not prevent me, however, from pinpointing in record time the best pizza in Leuven (it’s ‘Mangia e Via’, in the Parkstraat), and to get friendly with the owner, who 50 years before me also emigrated. By the way, both his sons are lecturers at KU Leuven.

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Guido D. Neri – Immagini del “dopo”. Mondo naturale, Europa, cosmopolitismo

[Materiali di Estetica, N. 3,1, 2016, pp. 119-122. Riprodotto per gentile concessione dell’autore]

1. Riprendo il titolo da un saggio di Guido Neri del 1982 e lo sviluppo in movenze, finalità e contenuti man mano personali e responsabilmente personali. È la mia scelta di dire qualcosa a chi mi ascolta prendendo le mosse da pagine di Guido e quindi da un dichiarato debito che certo non finisce qui così, anche perché è nato da un incontro di cinquanta (e più) anni fa.
Il saggio è del 1982 e “dopo” stava a indicare le prospettive della Polonia “dopo” (ossia successivamente, in conseguenza di…) le convulsioni e repressioni e normalizzazioni degli anni Sessanta e Settanta nell’Est – e specificamente nella Polonia di Solidarność e del “socialismo stratificato” (per riprendere un altro titolo di Neri, del 1974).
Ma vi è anche un altro “dopo”, per Neri – ed è quando le normalizzazioni e le tentate ristrutturazioni nell’URSS di Gorbaciov non reggono e si dissolve l’intero mondo dell’Est o del socialismo che si era autocertificato come “realizzato”.

Prendiamo allora proprio lo scritto ultimo, “quegli appunti di una conferenza che Guido non poté tenere”, La fenomenologia (Cfr. per questa e le precedenti citazioni G.D. Neri, Il sensibile la storia l’arte. Scritti 1957-2001, ombre corte, Verona 2003, in particolare pp. 171-183. Si veda soprattutto L. Fausti, Guido Davide Neri tra scepsi e storia. Un percorso filosofico, Unicopli, Mi- lano 2010, p. 122-124).

 

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History & Praxis: Antonio Banfi and the Milanese School of Phenomenology

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[Paper presented by Francesco Tava at the 2016 Annual Conference of the British Society for Phenomenology. Manchester, 2-4 September]

Let me say by way of introduction that rather than talking of the future of phenomenology this paper will tackle phenomenology’s past. More precisely, what I am going to deal with is a secondary and often neglected chapter in the history of phenomenology that for many reasons is still meaningful today, in light of the most recent trends of phenomenological research. The reason why I decided to focus on the contribution of Milanese philosophers, and especially of Antonio Banfi, to the development of phenomenology, is due to the project of a philosophy blog that I have recently started, together with a group of collaborators in Italy and abroad.

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